Gli euroesami non finiscono mai

L’Eurogruppo, il time out politico per Roma, l’eccezione francese. L'aggiustamento strutturale previsto dalla legge di stabilità  è inferiore a quello dovuto in base agli accordi comunitari, ma pesa la congiuntura economica.
9 DIC 14
Ultimo aggiornamento: 10:20 | 11 AGO 20
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Roma. Ieri, terminata la riunione dei ministri delle Finanze dei paesi dell’Eurozona, il ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, si è mostrato soddisfatto. Nel comunicato finale dell’Eurogruppo che si è riunito per esprimersi sulle bozze delle leggi di bilancio per il 2015, compare infatti la formula “additional measures”, cioè “misure aggiuntive”, ma essa non è mai direttamente associata al nostro paese. Vittoria su tutto il fronte, dunque? Più realisticamente, confermando il giudizio della Commissione per l’Italia, i ministri dell’Eurozona concedono un time out politico a Roma. Da una parte insistono sul fatto che l’aggiustamento strutturale previsto dalla legge di stabilità del governo Renzi è inferiore a quello dovuto in base agli accordi comunitari: la correzione dei conti vale lo 0,1 per cento del pil, mentre dovrebbe essere dello 0,5 (così implicitamente non vengono riconosciuti nemmeno gli sforzi aggiuntivi comunicati dal governo dopo i primi rilievi critici di Bruxelles). Dall’altra parte però gli stessi ministri dell’Eurozona tengono conto della congiuntura peggiore del previsto e dell’inflazione “molto bassa” che complicano la riduzione del debito pubblico, concludendo che “misure efficaci sarebbero necessarie per consentire un miglioramento dello sforzo strutturale”. “Misure efficaci”, appunto, e non “misure aggiuntive” come quelle richieste alla Francia che, a differenza dell’Italia, è lungi dal rispettare il tetto del 3 per cento per il rapporto deficit pubblico/pil, dunque si trova ancora nel “braccio correttivo” del Patto di stabilità e crescita e non in quello “preventivo”.
Tweet di sintesi di Padoan, in 140 caratteri: “Anche Eurogruppo apprezza agenda riforme dell’Italia. Effetti sulla nostra economia dipendono da implementazione efficace e tempestiva”. Dalla riunione di ieri è infatti emersa la conferma che una decisione definitiva sulla legge di stabilità italiana – bocciatura o promozione che sia – sarà presa soltanto in primavera, alla luce di nuove evidenze statistiche e nell’attesa di valutare ulteriori riforme che potranno arrivare. Aver evitato il riferimento esplicito alle “misure aggiuntive”, secondo ambienti del Tesoro, è la dimostrazione di una lettura “più politica” e meno robotica delle regole vigenti. Per un paese che si è impegnato a rimanere sotto il 3 per cento del rapporto deficit/pil, più che i decimali di correzione dei conti peserà dunque la radicalità delle riforme. Non a caso Padoan, intervistato ieri dalla Welt, ha detto che “il Patto di stabilità è flessibile a sufficienza”. Per Palazzo Chigi siamo di fronte a un nuovo corso della Commissione Ue, da leggere in tandem con i primi segnali sugli investimenti arrivati dal presidente Jean-Claude Juncker. Un equilibrio sembra per il momento raggiunto, dunque, ma già ci si chiede se reggerà all’eventuale sforamento del rapporto deficit/pil che a marzo potrebbe essere generato da ulteriori cadute del pil.
Da Via XX Settembre tendono a minimizzare anche le uscite della cancelliera Angela Merkel, quelle del fine settimana in cui ha giudicato “non sufficienti” le riforme di Roma e Parigi. Padoan alla Welt, a una domanda sulle condizioni della Francia, ha detto di non voler commentare la situazione di altri paesi. Sulla Germania però non ha fatto a meno di ricordare che anche per la prima della classe la Commissione ha esplicitato più volte una richiesta: ridurre l’avanzo delle partite correnti spingendo maggiormente sugli investimenti. Difficile però che domani, sui giornali tedeschi, si leggano titoli sull’invasione di campo.
[**Video_box_2**]Una lettura possibile delle ultime dichiarazioni merkeliane – oltre a quella che interpreta tutto come una manovra a uso politico interno – punta invece più a nord e più a ovest di Roma, cioè a Parigi. Non (sol)tanto perché il presidente della Repubblica, François Hollande, si prende qualche libertà di troppo andando a dialogare con Putin e così mette in dubbio la guida tedesca delle trattative con Mosca. Piuttosto Parigi, secondo tutti gli standard, è diventata la capitale dell’Eurozona irriformabile per eccellenza. Domani il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la “Loi Macron”, dal nome del ministro socialista più riformista del bigoncio: dentro c’è qualche liberalizzazione e il diritto di lavorare anche la domenica. Acqua fresca per Merkel, e soprattutto per quel pezzo di establishment tedesco che già è in ebollizione per il “regalo” all’Europa del sud in arrivo da parte della Banca centrale europea, sotto forma di acquisti di titoli del debito pubblico. E conta poco il fatto che, per gli analisti di Royal Bank of Scotland, la Germania sarà il paese che più si avvantaggerebbe dalle nuove mosse di Draghi.